Fusioni banche: come si effettuano e quali sono quelle che hanno funzionato?

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Nel corso degli ultimi venti o trent’anni abbiamo assistito ad un clamoroso cambiamento del panorama bancario italiano: alcuni nomi molti dei quali storici ed abbastanza importanti, sono scomparsi e magari su quelle che prima erano le loro filiali sono comparse le insegne di altri istituti di credito. È solo una delle conseguenze delle tante fusioni tra banche che si sono verificate nel tempo: vediamo come si effettuano e cerchiamo di capire quali sono quelle che hanno funzionato davvero.

Cosa sono e come si effettuano le fusioni tra banche

Prima di tutto: cos’è una fusione bancaria? Si tratta di quell’operazione attuata da due o più istituti di credito che si uniscono, dando vita ad un solo organismo di dimensioni maggiori. Per gli istituti coinvolti il vantaggio può essere riscontrato nel maggiore peso che si ottiene sul mercato del credito. L’operazione però può avere risvolti positivi anche per gli azionisti delle banche, perché la fusione può portare a vantaggi a livello operativo, a livello di presenza sul territorio, a livello di diversificazione dell’offerta e della clientela. Inoltre, nella maggior parte dei casi l’operazione di fusione porta ad una capitalizzazione di mercato così importante da attirare nuovi investitori, tra cui i grandi investitori istituzionali ed i fondi comuni di investimento. Ma non sempre le cose vanno così bene.

I motivi delle unioni tra banche

Ad oggi le banche italiane censite dalla BCE sono poco più di quattrocento: meno di cento sono autonome, mentre tutte le altre fanno parte di 56 gruppi. A metà degli anni ’90 il numero complessivo degli istituti era almeno doppio rispetto a quello attuale. Chi ha qualche annetto in più di sicuro avrà notato la sparizione di nomi storici ed importanti quali Banca Commerciale Italiana, Banco di Napoli, Popolare di Lodi ed altri ancora. I motivi che portano alle fusioni tra banche possono essere diversi:

    • riduzione ed ottimizzazione dei costi relativi a strutture e personale;
    • aumento della forza del brand;
    • consolidamento della posizione di mercato;
    • diversificazione finanziaria;
    • aumento dei profitti.

Questi risultati, che sono i veri obiettivi delle banche, in quanto imprese, possono essere raggiunti solo se la fusione porta dei miglioramenti anche per la clientela e per gli azionisti. Ma non tutte le fusioni tra banche avvenute in Italia hanno portato a questo, anzi: in alcuni casi le operazioni di questo tipo si sono dimostrati dei veri e propri disastri. La fusione può avere successo solo se si riesce a semplificare (cosa molto difficile), se c’è una guida forte. Fatto sta che nello scenario attuale le operazioni di questo tipo sono necessarie: per le piccole banche, purtroppo, non c’è futuro, troppo elevata l’incidenza dei costi per poter competere. Per molti il 2020 doveva essere proprio l’anno dei matrimoni tra banche, con i riflettori puntati su UBI, BPER, Banco UPM e MPS.

Fusioni di successo in Italia

Ovviamente ci sono state anche fusioni tra banche che hanno funzionato benissimo. Tra queste è possibile citare quella che nel 1998 ha portato alla nascita di Unicredit, frutto dell’unione tra Credito Italiano, Cariverona, Cassa di Risparmio di Torino e Cassamarca, a cui in seguito si sono aggiunte anche Cassa di Risparmio di Trento e Rovereto e Cassa di Risparmio di Trieste: il gruppo ha poi proseguito il suo percorso di integrazione sia a livello nazionale che a livello internazionale.

Un’altra importante operazione di fusione è quella che ha portato alla creazione del gruppo Intesa Sanpaolo, nato nel 2007 dal matrimonio tra Sanpaolo IMI e Banca Intesa; per molti questa non è una semplice fusione, ma LA fusione per eccellenza, perché il nuovo istituto è nato dall’unione di due sole banche che potevano già vantare un’importante quota di mercato, creando il gruppo più importante d’Italia.



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