Dietro il pallone che rotola tra Stati Uniti, Canada e Messico si muove una macchina economica di dimensioni mai viste prima nella storia del calcio. Il Mondiale 2026 non sarà soltanto una festa sportiva: tra diritti tv, sponsor, biglietti, turismo e costi pubblici, la competizione organizzata dai tre Paesi nordamericani muoverà una macchina economica da oltre 80 miliardi di dollari. Un numero che racconta come il torneo sia ormai molto più di una competizione sportiva, trasformandosi in una piattaforma economica globale che coinvolge televisioni, sponsor, fondi pubblici, compagnie aeree e multinazionali dell’intrattenimento.
Incassi televisivi
A pesare di più nel bilancio complessivo è, come sempre, la voce televisiva. I diritti audiovisivi valgono quasi 4 miliardi di dollari, pari a circa il 44% delle entrate complessive, mentre biglietti e pacchetti hospitality superano i 3 miliardi. Sponsor e marketing aggiungono circa 1,8 miliardi di dollari, mentre il merchandising, che per anni ha rappresentato il volto più visibile del business calcistico, oggi pesa molto meno rispetto a televisione, hospitality e partnership commerciali.
Il denaro, va detto, arriva anche direttamente alle federazioni partecipanti. La sola partecipazione al Mondiale garantisce circa 10 milioni di dollari, più altri 2,5 milioni destinati alla preparazione, una cifra che per molte federazioni africane, asiatiche o caraibiche rappresenta un’iniezione di risorse difficile da ottenere altrimenti. I premi salgono ulteriormente per chi arriva in fondo al torneo: la nazionale sconfitta in finale incasserà comunque 33 milioni di dollari, mentre la vincitrice ne porterà a casa 50.
Il fatturato FIFA
Sul fronte del budget federale, il fatturato complessivo della FIFA per questo ciclo di torneo dovrebbe toccare quasi 11 miliardi di dollari tra diritti tv, sponsor, vendita di biglietti e merchandising, con un impatto occupazionale stimato in oltre 800mila posizioni di lavoro nelle città ospitanti. Tuttavia, secondo economisti e docenti universitari, l’effetto sostituzione rischia di ridimensionare l’impatto reale sul PIL statunitense, che potrebbe crescere solo tra lo 0,1% e lo 0,3%, poiché il turismo legato al Mondiale tende a soffocare quello tradizionale.
Il giro di affari delle scommesse
Ma è sul fronte delle scommesse e del trading sportivo che il torneo sta ridisegnando gli equilibri del settore. Si stima che il Mondiale possa generare un giro d’affari di 50 miliardi di dollari nel solo comparto del trading sportivo, che parla di un ruolo ormai strategico di questo settore nell’economia dello sport. Le analisi di Business Insider indicano che la FIFA World Cup 2026 potrebbe generare oltre 13 miliardi di dollari di attività economica direttamente collegata all’evento, mentre secondo beIN Sport il giro d’affari complessivo, includendo l’indotto dei Paesi ospitanti su trasporti, infrastrutture e commercio, supererà gli 80 miliardi di dollari.
I numeri legati al comparto scommesse sono altrettanto impressionanti. SportRadar, leader mondiale nelle tecnologie di trading e dati sportivi, aveva già registrato oltre 19,4 miliardi di euro di volume annualizzato nel 2022, anno del Mondiale in Qatar, con una crescita del 75% nel trimestre coincidente con la fase finale della competizione. Per l’edizione 2026 alcuni tra i maggiori operatori internazionali prevedono picchi fino a 100mila scommesse al minuto durante le partite di maggiore richiamo, un dato che testimonia la trasformazione strutturale del modo in cui il pubblico vive lo sport.
Pronostici mondiali
Accanto alle scommesse tradizionali, cresce anche un fenomeno più recente: quello dei prediction market, le piattaforme che permettono di negoziare contratti sugli esiti degli eventi sportivi. Non sempre, però, si tratta di guadagni facili: un trader di Polymarket ha perso oltre 11,6 milioni di dollari scommettendo sulla Coppa del Mondo 2026, vincendo solamente 4 posizioni su 15 nel giro di dieci giorni. Un episodio che ricorda quanto i pronostici mondiali 2026, per quanto supportati da dati e algoritmi, restino esposti all’imprevedibilità del campo, la stessa che rende il calcio, prima ancora che un business, uno sport.
